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fonte:wikipedia 01 ottobre 2007
L'idea di sfruttare come bacino idroelettrico la valle del fiume Vajont venne concretizzata dalla Società Idroelettrica Veneta poi assorbita dalla SADE (Società Adriatica di Elettricità), particolarmente attiva alla fine dell'Ottocento e nella prima metà del Novecento nella distribuzione elettrica (prima della nazionalizzazione del settore elettrico attuata attraverso la nascita di un Ente Nazionale per l'Energia Elettrica: l'ENEL) nel nord-est italiano. All'epoca, la maggior parte dell'energia elettrica prodotta in Italia del Nord, fondamentale per lo sviluppo industriale, era costituita dalle turbine idroelettriche, perché l'Italia, abbondante di montagne, mancava di materie prime, come il carbone, e quindi questa politica di 'energie rinnovabili' ante litteram era una soluzione pressoché obbligata. Ma, come si vedrà, non era motivata dalle necessità di rispetto dell'ambiente.
Lo scopo del progetto era quello di creare in mezzo ai monti dolomitici una riserva di acqua che permettesse di sfruttare l'energia gravitazionale (perché questo è lo scopo delle le dighe, utilizzando l'acqua come fluido di lavoro), sotto forma di potenza idrica, per portare energia elettrica a Venezia, anche nei periodi di secca dei fiumi. L' invaso è stato creato per accumularvi le acque del fiume Piave dopo il loro utilizzo nella diga di centro Cadore, dalla quale dopo aver fornito pressione alle turbine di quella centrale giungeva nel serbatoio del Vajont tramite tubazioni con dislivello minimo e quindi minor perdita di energia gravitazionale.
La gola del torrente Vajont (che nasce dalle Alpi carniche e si immette nel fiume Piave, costeggiando il Monte Toc, a cavallo della provincia di Belluno e della provincia di Pordenone) sembrava essere il luogo più adatto: lungo il corso del torrente, all'altezza dei paesi di Casso e di Erto (PN), il geologo Giorgio Dal Piaz e il progettista Carlo Semenza individuarono il luogo più adatto per costruire la diga a doppio arco più alta del mondo.
Il progetto iniziale prevedeva una diga a doppio arco alta 202 metri con un invaso di 58,2 milioni di metri cubi. In seguito il progetto fu modificato: la diga avrebbe raggiunto l'altezza di 261,60 metri, con un invaso utile di 152 milioni di metri cubi. L'invaso della diga fu a tutti gli effetti maggiore di quanto previsto da tutti i progetti.
Il progetto ottenne la completa approvazione ministeriale il 17 luglio 1957.
Posto che la dinamica della catastrofe è risultata concretizzarsi per un concorso di elementi naturali e di attività umane, è necessario fare il punto su quello che le indagini scientifiche rivelarono sulla costituzione morfologica della vallata, per poi integrare queste con lo svolgimento della cronaca recente.
La struttura geologica del sito venne trovata composta, secondo una ricerca dei primi anni '60, in questi termini:
Nell'Oligocene,
durante l'orogenesi alpina, (30 milioni di anni fa), le
formazioni calcareo marnose e argillose vennero piegate,
fratturate e sollevate; queste, verso la base, presentano
una superficie inclinata di tensione che poi è stata
coinvolta nell'enorme franamento del
Monte Toc.
Dal punto di vista strutturale nella zona si possono riconoscere due pieghe principali entrambe con asse orientato in direzione E-W ovvero: -l'anticlinale Pelf-Frugna, il cui asse corre lungo la Val Gallina e attraversa l'alta valle del Vajont il cui nucleo è costituito da Dolomia Principale; -Sinclinale di Erto, riconoscibile nella conca di Erto, con al nucleo la formazione del flysch. Il fianco meridionale di tale sinclinale asimmetrica, lungo il cui asse si è impostata la valle del Vajont, e costituisce il fianco settentrionale del Monte Toc da cui si sarebbe staccata la frana.
In termini morfologici, la valle del Vajont è di origine glaciale, che vide dopo l'ultima glaciazione il ghiacciaio venne rimpiazzato da un'erosione torrentizia.
La diga del torrente Vajont è situata in una area ad elevata piovosità con massimi in primavera ed in autunno e con minimi in inverno. L'azione del gelo-disgelo insiste sul versante meridionale della valle. Inoltre, data l'esposizione della stessa verso Est-Ovest , essa è sottoposta ad una scarsa insolazione.
Per quello che concerne la nostra storia, Nel 1962-63, il livello delle precipitazioni fu così basso che, per compensare la possibile crisi idrica e continuare con l'attività di produzione elettrica, il livello del lago artificiale fu aumentato nonostante i timori che ne derivavano.
Fu, indipendentemente dalle cause contingenti, una decisione piuttosto sconcertante, se si considera che proprio per evitare i fenomeni franosi che minacciavano il bacino e i dintorni, si era deciso di abbassare lentamente il livello stesso. Questo aumento in un momento così delicato potrebbe essere stato il precursore della frana, che così, pur essendo di origine “idraulica” con un invaso pieno, è stata innescata da un periodo di siccità!
Sin dal 1957 il versante sovrastante la diga fu sotto controllo. Muller, famoso specialista austriaco in esplorazioni minerarie, fu consultato per problemi di stabilità della roccia. Le sue indagini non rivelarono la paleofrana che poi sarebbe stata vista come causa determinante, ma conclusero che la riserva idrica poteva causare frane, anche di un milione di mc.
Dal Piaz, comunque, ancora l'anno dopo non ritenne che fossero presenti rischi concreti di frane pericolose. Solo nel 1959 Edoardo Semenza - il figlio del capo progettista Carlo Semenza - scoprì in una ricognizione sul campo, la presenza nel versante sinistro, di evidenti pericoli derivanti da una zona di miloniti non cementate, lunga circa 1 chilometro e mezzo. Ciò indusse E. Semenza ad ipotizzare una paleofrana lì esistente.
Le prospezioni geofisiche del Caloi sembravano invece indicare nello studio successivo (novembre 1959) che la zona a sinistra della vallata fosse “eccezionalmente” solida, rocce compatte coperte da soli 10-20 m di detriti sciolti.
Dopo la frana del 4 novembre 1960, Muller studiò ancora il territorio e propose varie ipotesi per evitare la frana del versante, benché non credesse ancora alla presenza della paleofrana. Non era contrario alla costruzione della diga, ma temeva la possibilità di una frana incontrollata, tanto da suggerire vari rimedi, il più attuabile dei quali era forse un tunnel drenante che, passando per strati calcarei compatti, raggiungesse da sotto le masse franose e ne convogliasse via l'acqua.
Tra le altre possibili ipotesi di lavoro, nessuna sembrava realmente fattibile: sbancare la frana o cementarla, tra le più realistiche, erano in realtà, per le grandezze in gioco, giudicate troppo costose e difficili da realizzare.
Tuttavia, restava il fatto che la questione dovesse essere meglio compresa. Sondaggi e prospezioni continuarono ad essere previsti, sebbene scavare negli strati di detrito era un grosso problema, contrariamente a quanto si potrebbe pensare.
Nel 1960 Caloi riprese gli studi geosismici, e con sorpresa di tutti, rilevo' fino a 150 metri di roccia fratturata concludendo in maniera ancora più sorprendente, che questo doveva essere accaduto dopo la sua prima indagine(!).
Nel 1961 un modello del bacino del Vajont fu approntato e testato nell'eventualità di una frana, con superfici di movimento di 30 e 40 gradi, tempi di frana valutati fino al tempo di un minuto. Il totale fu considerato sufficiente per non dover temere né cedimenti della diga né svasi oltre la stessa da pare delle onde anomale generate, non più alte di una trentina di metri, corrispondenti a qualche milione di mc nel peggiore dei casi. (Nella realtà, però, la frana si mosse in venti secondi, e il livello dell'onda supero' i 200 metri sul lago).
Nel frattempo, comunque, furono impiantati dei piezometri - seppur con grande fatica (dovuta alla necessità di raggiungere i vari strati in cui esisteva la falda acquifera), nonché dei marcatori di terreno per visualizzare i movimenti della frana. Nonostante le difficoltà nell'interpretare i dati che essi fornivano, nondimeno furono molto utili nello stabilire come procedere empiricamente per far diminuire il fenomeno franoso.
La strategia di Muller prevedeva che la frana in nessun caso sfuggisse al controllo, e la tattica suggerita dopo quella del 1960 fu lo svuotamento lento del bacino, con diminuzioni fino al livello di 600 mt, costituite da 4-5 mt in meno e poi una pausa di alcuni giorni per dare il modo e il tempo al materiale di aggiustarsi e restare stabile nonostante il cambiamento di condizione idraulica.
Così, il movimento della frana quasi si bloccò in breve tempo, e certamente non si sarebbe riattivata violentemente senza il ritorno oltre quota 700 mt, se le esigenze di collaudo non l'avessero "imposto".
Dopo la frana, vennero intensivamente studiate le cause e i provvedimenti da adoperare per evitare ulteriori casi simili a questo. Molti i lavori di studio completati. Tra questi, quelli di Muller, Trevisan, e Hendron-Patton, il più recente, 1985.
Quest'ultimo studio ha fornito definitivamente la conferma della presenza di 2 distinti livelli acquiferi, quello superiore, che risentiva direttamente del livello del lago, e quello inferiore, dipendente dalle precipitazioni.
Furono eseguiti nuovi sondaggi e si trovò che il livello detto Fonzaso con argille fosse quello che corrispondeva alla superficie di rottura della frana. Questo strato avrebbe anche causato la separazione dei due acquiferi che risultò così importante: quello nella massa della frana e quello negli strati sottostanti del calcare. Da notare che il livello dell'acquifero superiore era trovato, in base a tre piezometri installati, direttamente collegato a quello del lago.
L'acquifero inferiore, invece, data la presenza nell'assetto geologico-strutturale di una sinclinale ma anche di uno strato calcareo, è da un lato isolato dal contatto diretto con l'acqua contenuta nel lago e dall'altro è invece risultato collegato alle piogge, inoltre la sua acqua permane in zona a lungo e favorisce fenomeni carsici. La variazione del livello di falda è in antitesi a quello che si riteneva precedentemente, lento e legato ai fenomeni atmosferici (piogge cadute a monte).
Per questo sembrò alfine plausibile che, effettivamente, la pressione dell'acquifero inferiore fosse capace, quando si verificavano grandi precipitazioni, di causare smottamenti e frane, anche quando non esisteva il lago artificiale.
Tuttavia, la concomitanza di questi due fattori, lago e piogge, innescò questa frana colossale quando la combinazione tra intense precipitazioni e alto livello del lago si dimostrò sufficiente all'innesco.
Riassumendo, le cause preparatorie o predisponenti per il disastro del Vajont sono state varie, e anche variamente interpretate, ma alcune sembrano acclarate sufficientemente:
Che l'area, nonostante le sue qualità geometriche di ‘bacino idrico’ in termini di volume e posizionamento, fosse tutt'altro che stabile, lo dimostrano dei documenti storici risalenti addirittura a Catullo, che parla di una frana che cadde sul fondovalle, sbarrandolo.
Sempre in zona, avvennero frane nel 1347, 1737, 1814, 1868. Si staccarono in particolare dal monte Antelao, provocando vittime e danni considerevoli.
Nel caso della prima, essa era correlata alla presenza di un bacino idrico, uno dei tanti del bellunese per la produzione di elettricità. Le caratteristiche della frana sono state un'anticipazione di quella del Vajont. Alle ore 7 del 22 marzo 1959 una massa di 3 milioni di mc si staccò dalle falde del monte Castellin e dello Spiz, su di un fronte di 500 metri e precipitò in 2-3 minuti nel lago di Pontesei, ovvero uno dei bacini artificiali. L'evento provocò la formazione di un'onda che scavalcò la diga di almeno 7 metri, nonostante che il bacino fosse con un livello di 13 metri al di sotto della diga. Con l'onda fu trascinato via anche il sorvegliante della diga, che mori'; il suo corpo non fu mai ritrovato.
L'evento ebbe una lunghezza del fronte di frana di circa 500 metri e la sua dinamica vide il franamento superficiale di un considerevole spessore di detriti morenici.
La frana del 4 novembre 1961 vide invece 800.000 mc. Staccarsi dal monte Toc e cadere nel bacino artificiale provocando un'ondata di 10 metri di altezza. Seppure senza danni, questo evento era un chiaro avvertimento sulla precarietà della stabilità dei versanti, e questo con un livello del bacino che arrivava al momento solo a 650 metri. Al contempo si aprì una immensa fessura perimetrale sulla montagna, disegnando una M (Muller disse: non guardate me, non sono stato io) lunga oltre 2500 metri sulle pendici settentrionali del monte Toc tra quota 930 e 1360 metri s.l.m.
A quel punto venne dato ordine di svaso del bacino, si intensificarono gli studi per comprendere meglio la struttura del luogo, e venne infine praticata una galleria di bypass per tenere in collegamento il bacino anche se fosse tagliato a metà da una grande frana, per impedire aumenti arbitrari del livello a monte della stessa.
La giornalista Tina Merlin scrisse al proposito di questi eventi:
Il primo sopralluogo sul posto, da parte dell'ing. Carlo Semenza e del geologo Dal Piaz, ebbe luogo nel 1929.
I lavori progettuali legati alla costruzione del Grande Vajont iniziarono nel 1940, con i primi sopralluoghi di Dal Piaz sul territorio.
Dopo la Seconda guerra mondiale il progetto Vajont, fortemente voluto dalla SADE, inizia a prendere forma e viene quindi presentato per l'approvazione del Genio Civile.
I controlli geologici iniziarono nel 1949 e con essi i primi atti di protesta delle amministrazioni coinvolte dal progetto: la costruzione della diga avrebbe infatti portato gli abitanti dei paesi di Casso e di Erto all'abbandono di abitazioni e di terreni produttivi.
Nonostante le proteste degli abitanti della valle e i forti dubbi degli organi preposti al controllo del progetto, a metà degli anni '50 iniziarono i primi espropri fondiari e la preparazione del cantiere: i lavori per la costruzione della diga iniziarono nel 1956, senza l'effettiva autorizzazione ministeriale.
Nel corso dei lavori si dovette procedere ad aggiustamenti non previsti nel progetto originale: furono rilevate frane della roccia su cui poggiavano le spalle e fu reso necessario l'utilizzo di iniezioni di calcestruzzo per il consolidamento dei versanti.
A lavori ormai iniziati si produssero alcune scosse sismiche, la Sade fece pertanto effettuare ulteriori rilievi geologici che rilevarono l'esistenza di una grande paleofrana sul monte Toc; la quale avrebbe potuto cadere nel bacino artificiale formato dalla diga. Nonostante questo, La SADE non inviò mai i rapporti di questi rilievi agli organi di controllo.
Alla fine della riprogettazione, che vide l'innalzamento di circa 60 metri e la capacità di bacino triplicata, la diga del Vajont aveva le seguenti caratteristiche:
I lavori continuarono: il
2 febbraio
1960 si effettuò il primo invaso a quota 600 metri,
successivamente la quota fu portata a 650 metri. Il
4 novembre 1960 si produsse la prima frana: 700 mila
metri cubi di terra e roccia franarono nel bacino.
Dopo la prima frana fu commissionata all'Istituto di Idraulica e Costruzioni Idrauliche dell'Università di Padova una simulazione di disastro. Lo studio riprodusse in scala una possibile frana di 40 milioni di metri cubi, la dimensione stimata allora della frana, attraverso l'utilizzo di ghiaia. In base a questa simulazione, in seguito al disastro oggetto di critiche poiché considerata da alcuni troppo approssimativa, si determinò che il limite di invaso a quota 700 metri non avrebbe provocato danni.
Dal 1961 al 1963 furono praticati numerosi invasi e svasi per limitare il più possibile le possibilità di smottamento del terreno circostante la diga: il 4 settembre 1963 si arrivò a quota 710. Gli abitanti della zona denunciarono movimenti del terreno e scosse telluriche, inoltre venivano chiaramente uditi boati provenienti dalla montagna.
Fin dal primo arrivo della SADE sul Monte Toc gli abitanti della zona reclamarono il loro diritto alla territorialità, lottando contro gli espropri di terreno e denunciando errori nel progetto. Si formarono due comitati (Comitato per la difesa del Comune di Erto e Consorzio Civile per la rinascita della Val Ertana) le cui richieste e denunce non furono mai ascoltate.
Tina Merlin, giornalista de l'Unità, portò più volte sulle pagine del giornale le denunce degli abitanti della zona: fu denunciata (e in seguito assolta dal Tribunale di Milano) quale autrice dell'articolo "La SADE spadroneggia, ma i montanari si difendono" pubblicato sull'Unità del 05.05.1959, portante notizie false e tendenziose, atte a turbare l'ordine pubblico. Art.656-57 C.P.
La zona del distacco della frana, visibile ancor oggi, fotografata dal paese di Casso.
Alle 22:39 del 9 ottobre 1963 si staccò dalla costa del Monte Toc (che in friulano, contrazione di "patoc", significa "marcio", mentre in veneto significa "pezzo") una frana lunga 2 km di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra. La frana arrivò a valle, generando una scossa sismica e riempiendo il bacino artificiale. L'impatto con l'acqua causò due ondate: la prima si schiantò contro la montagna, la seconda (di circa 50 milioni di metri cubi di acqua, di cui 25 milioni scavalcarono la diga) scavalcò la diga precipitando verso la valle e travolgendo Longarone e altri paesi limitrofi, causando la completa distruzione della città e la morte di più di 2000 persone (dati ufficiali parlano di 2018 vittime, ma non è possibile determinare con certezza il numero).
Il Ministero dei Lavori Pubblici avviò immediatamente un'inchiesta per individuare le cause della catastrofe.
L'ingegner Pancini - uno degli imputati - si suicidò alla vigilia del processo. Il processo iniziò nel 1968 e si concluse in primo grado l'anno successivo con una condanna a 21 anni di reclusione per tutti gli imputati coinvolti, per disastro colposo ed omicidio plurimo aggravato.
In Appello la pena venne ridotta e alcuni degli imputati furono assolti per insufficienza di prove. Nel 1997 la Montedison (che aveva acquisito la SADE) fu condannata a risarcire i comuni colpiti dalla catastrofe. La vicenda si concluse nel 2000 con un accordo per la ripartizione degli oneri di risarcimento danni tra ENEL, Montedison e Stato Italiano al 33,3% ciascuno.
La comunità riprese subito a ricostruire non solo il tessuto sociale distrutto, ma anche la città: nel 1971 nacque da zero, su progetto dell'architetto Samonà, il comune di Vajont presso Montereale Valcellina, dove alcuni abitanti sfollati insediarono un nuovo centro urbano. Un altro centro chiamato Nuova Erto venne costruito a Ponte nelle Alpi (provincia di Belluno), di cui costituisce un quartiere. Infine, sopra il vecchio abitato originale di Erto venne costruito il paese di Erto attuale.
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